Monastero S. Giuseppe    -    Monache Benedettine

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Vita Monastica
Benedettina

 

Accoglienza

 

Pasqua 2006

 

 

Il Fondatore dell’Ordine Benedettino

San Benedetto da Norcia Abate, patrono d'Europa

E' il patriarca del monachesimo occidentale. Dopo un periodo di solitudine presso il sacro Speco di Subiaco, passò alla forma cenobitica prima a Subiaco, poi a Montecassino. La sua Regola, che riassume la tradizione monastica orientale adattandola con saggezza e discrezione al mondo latino, apre una via nuova alla civiltà europea dopo il declino di quella romana. In questa scuola di servizio del Signore hanno un ruolo determinante la lettura meditata della parola di Dio e la lode liturgica, alternata con i ritmi del lavoro in un clima intenso di carità fraterna e di servizio reciproco. Nel solco di San Benedetto sorsero nel continente europeo e nelle isole centri di preghiera, di cultura, di promozione umana, di ospitalità per i poveri e i pellegrini. Paolo VI lo proclamò patrono d'Europa (24 ottobre 1964). La sua memoria, a causa della Quaresima, è stata trasferita dalla data tradizionale del 21 marzo, ritenuto il giorno della sua morte, all'11 luglio, giorno in cui fin dall'alto Medioevo in alcuni luoghi si faceva un particolare ricordo del santo. (Mess. Rom.)

Vetrata dell’ingresso del monastero

 La sua nobile famiglia lo manda a Roma per gli studi, che lui non completerà mai. Lo attrae la vita monastica, ma i suoi progetti iniziali falliscono. Per certuni è un santo, ma c’è chi non lo capisce e lo combatte. La voce di Benedetto comincia a farsi sentire da Montecassino verso il 529. Ha creato un monastero con uomini in sintonia con lui, che rifanno vivibili quelle terre. Di anno in anno, ecco campi, frutteti, orti, il laboratorio... Qui si comincia a rinnovare il mondo: qui diventano uguali e fratelli “latini” e “barbari”, ex pagani ed ex ariani, antichi schiavi e antichi padroni di schiavi. Ora tutti sono una cosa sola, stessa legge, stessi diritti, stesso rispetto. Qui finisce l’antichità, per mano di Benedetto. Il suo monachesimo non fugge il mondo. Serve Dio e il mondo nella preghiera e nel lavoro. Irradia esempi tutt’intorno con il suo ordinamento interno fondato sui tre punti: la stabilità, per cui nei suoi cenobi si entra per restarci; il rispetto dell’orario (preghiera, lavoro, riposo), col quale Benedetto rivaluta il tempo come un bene da non sperperare mai. Lo spirito di fraternità, infine, incoraggia e rasserena l’ubbidienza: c’è l’autorità dell’abate, ma Benedetto, con la sua profonda conoscenza dell’uomo, insegna a esercitarla "con voce grande e dolce". Il fondatore ha dato ai tempi nuovi ciò che essi confusamente aspettavano. C’erano già tanti monasteri in Europa prima di lui. Ma con lui il monachesimo-rifugio diventerà monachesimo-azione. La sua Regola non rimane italiana: è subito europea, perché si adatta a tutti. S. Benedetto

Due secoli dopo la sua morte, saranno più di mille i monasteri guidati dalla sua Regola (ma non sappiamo con certezza se ne sia lui il primo autore. Così come continuiamo ad essere incerti sull’anno della sua morte a Montecassino). Papa Gregorio Magno gli ha dedicato un libro dei suoi Dialoghi, ma soltanto a scopo di edificazione, trascurando molti particolari importanti. Nel libro c’è però un’espressione ricorrente: i visitatori di Benedetto – re, monaci, contadini – lo trovano spesso "intento a leggere". Anche i suoi monaci studiano e imparano. Il cenobio non è un semplice sodalizio di eruditi per il recupero dei classici: lo studio è in funzione dell’evangelizzare. Ma quest’opera fa pure di esso un rifugio della cultura nel tempo del grande buio. La sua Festa liturgica si celebra l'11 luglio.

Nel 2005 il Cardinale Ratzinger, successore di Giovanni Paolo II, sceglie il nome di Benedetto XVI per la sua fede e grande devozione nei confronti del santo di Norcia

 

Il culto di S. Benedetto

Benedetto è uno dei santi universalmente più amati e venerati. Per i vari aspetti della sua vita e della sua dottrina è invocato con diversi titoli: tra l'altro come santo dell' Opus Dei, come santo del lavoro, come Padre d'Europa. Nel 1957 Pio XII lo ha dichiarato patrono degli speleologi, poi degli architetti e degli ingegneri italiani. Riconosciuto santo della pace e insigne costruttore dell'ordine sociale, ogni anno raccoglie intorno alla sua tomba i vincitori ed i vinti dell'ultima guerra, pellegrini di tutte le nazioni già belligeranti, che presso di lui proclamano propositi di cristiano amore tra i popoli ed accendono le cosiddette Lampade della Fraternità.

La festa più antica relativa a s. Benedetto è il 21 marzo, che cadendo sempre in quaresima, quando l'uso liturgico romano cercava di evitare feste di santi, non può spiegarsi se non come riconosciuto e ormai festeggiato "dies natalis" per gli ordini monastici. Di questa festa si ha notizia nei più antichi calendari cassinesi e nel Calendario marmoreo di Napoli del sec. VIII. La Chiesa universale celebra s. Benedetto l'11 luglio, ma agli ordini monastici fu lasciata la possibilità di conservare la data originaria del 21 marzo, giorno della morte del Santo secondo la tradizione.

La medaglia di s. Benedetto

Un caratteristico elemento di culto è la medaglia di s. Benedetto, la quale porta su una faccia l'immagine del Santo e sull'altra la croce che richiama la devozione da lui mostrata in vita verso quel segno, specialmente contro gli assalti del demonio. Nel retto reca l'effige del santo, che ha la croce nella mano destra e la Regola nella mano sinistra; a destra di lui una coppa da cui fugge una vipera (ricordo del vino avvelenato a cui egli miracolosamente sfuggì; a sinistra un corvo che porta via il pane avvelenato).

Sotto si leggono le parole: Ex S.M. Casinum MDCCCLXXX ( dal Sacro Monte Cassino 1880). Ai due lati Crux Sancti Patris Benedicti (Croce del Santo Padre Benedetto). Attorno all'immagine: Eius in obitu nostro praesentia muniamur (ci difenda nella nostra morte con la sua presenza). Nel verso della Medaglia è rappresentata una Croce. L'asta verticale porta le iniziali del verso ( pentametro): Crux Sancta Sit Mihi Lux (La Croce Sacra Sia la Mia Luce); l'asta orizzontale le iniziali della seconda metà: Non Draco Sit Mihi Dux (Non Mi Sia Guida il Demonio). Sulla fascia circolare sono le iniziali delle parole del seguente distico: Vade Retro Satana, Numquam Suade Mihi Vana; Sunt Mala Quae Libas, Ipse Venena Bibas (Vai Indietro Satana, Non Mi Indurre In Cose Vane; E' Nociva La Tua Bevanda; Bevi Tu Stesso Il Tuo Veleno). Sopra la croce è scritto PAX: motto della congregazione cassinese e poi di tutto l'Ordine benedettino. I tre versi suddetti, in distici elegiaci con rima interna, fanno parte di una serie molto antica, almeno del sec. XIV. Qualche studioso ha potuto asserire che, eccetto quella della SS.Vergine, nessuna medaglia è così diffusa come quella di s. Benedetto.

Le forme della medaglia sono varie: la più comune è proprio la cosiddetta medaglia giubilare fatta coniare a Montecassino, nel 1880, per il XVIII centenario della nascita di s.Benedetto.

 

LA "REGOLA" BENEDETTINA

S. Benedetto occupa un posto unico nella storia del monachesimo occidentale, soprattutto per la composizione della Regola.

Essa consta di un prologo e di 73 capitoli e rappresenta la sintesi più  matura delle esperienze monastiche precedenti.

Dopo un primo momento di coesistenza con altre legislazioni monastiche, la Regola di Benedetto finì per prevalere e per essere adottata in tutti i monasteri in forza della sua intrinseca validità. Dal prologo all'ultimo capitolo, san Benedetto istruisce ed esorta i monaci ma, soprattutto, li ama.

Lo stile è calmo e sereno, come un discorso familiare fin dalle prime parole: "Ascolta, o figlio, gli insegnamenti del maestro e tendi l'orecchio del tuo cuore; accogli volentieri l'ammonimento del padre affettuoso ed eseguiscilo con impegno".

Il monastero è scuola del servizio del Signore, ma una scuola nella quale, dice il santo, "speriamo di non stabilire nulla di aspro e gravoso".

Per comprendere meglio la vita dei monaci, offriamo una raccolta di alcuni passi tratti dalla Regola.

 

L'ABATE

"Quando, dunque, qualcuno assume il titolo di Abate, deve esercitare il suo governo sui propri discepoli con duplice insegnamento, mostrando cioè tutto ciò che è buono e santo più con i fatti che con le parole; di conseguenza, ai discepoli in grado di intenderli deve spiegare verbalmente i comandamenti di Dio; mentre a quelli duri di cuore e piuttosto semplici, è con l'esempio del suo agire che deve insegnare i precetti del Signore ... Non faccia l'Abate distinzioni di persone in monastero". (Cap. 2)

"Ogni volta che in monastero si deve trattare qualche affare di particolare importanza, l'Abate convochi tutta la comunità e sia lui stesso ad esporre la questione in esame. Ascoltato il consiglio dei monaci, ci ripensi su e decida nel senso da lui ritenuto migliore.

La ragione per cui s'è detto di convocare tutti a consiglio è che spesso il Signore rivela ad uno più giovane la decisione migliore". (Cap. 3) 

LA PREGHIERA E IL LAVORO

"Seguendo l'esempio del profeta che dice: "Ti ho lodato sette volte al giorno", raggiungeremo questo sacro numero di sette se adempiremo quanto c'impone il nostro servizio alle Lodi, a Prima, Terza, Sesta, Nona, Vespro e Compieta". (Cap. 16)

"L'ozio è nemico dell'anima; è per questo che i fratelli devono, in determinate ore, dedicarsi al lavoro manuale, in altre invece, alla lettura dei libri contenenti la parola di Dio. Di conseguenza, entrambe le occupazioni vanno a nostro avviso così distribuite nel tempo loro proprio: la mattina i monaci, uscendo dall'Ufficio di Prima, attendono ai lavori necessari fin verso le dieci; da quest'ora fino a quando celebreranno Sesta si dedichino alla lettura. Dopo la celebrazione di Sesta, il pranzo e poi il riposo a letto in perfetto silenzio; nel caso che uno voglia continuare la lettura per suo conto, lo faccia in modo da non dare fastidio a nessuno.

Nona la si celebri con un po' di anticipo verso le 14 e 30; poi si torni al proprio lavoro fino a Vespro.

Se poi le particolari esigenze del luogo o la povertà costringeranno i fratelli a raccogliere personalmente i frutti della terra, non se la prendano, perché allora sono davvero monaci se vivono del lavoro delle proprio mani come gli apostoli". (Cap. 48)

 

ASPETTI DI VITA QUOTIDIANA

"A nostro avviso, per il pasto quotidiano, da prendersi a mezzogiorno o alle quindici, sono sufficienti in tutti i mesi dell'anno, in considerazione degli acciacchi di questo o di quel monaco, due vivande cotte, perché chi per caso non può mangiare una, si rifocilli con l'altra ... se sarà possibile avere frutta o legumi freschi, se ne aggiunga anche un terzo ... l'astinenza dalla carne di quadrupedi deve essere osservata assolutamente da tutti, tranne che dai malati assolutamente privi di forze". (Cap. 39)

"... nei luoghi a clima temperato possono ad ogni monaco bastare una cocolla (di panno di lana pelosa d'inverno, liscio o consumato dal lungo uso d'estate) e una tunica, uno scapolare per il lavoro e, ai piedi, calze e scarpe ... come arredamento del letto bastino un pagliericcio, una coperta leggera, una pesante ed un cuscino". (Cap. 55)

"Se possibile, vi sia un unico dormitorio; se impossibile, per il gran numero, dormano in gruppi di dieci o di venti, sotto la vigilanza dei decani, in un locale dove resti sempre acceso un lume fino al mattino.

Dormano vestiti, con al fianco una cintura o una corda ma senza coltello, perché non abbiano a ferirsi durante il sonno. Così i monaci siano sempre pronti, perché appena dato il segnale si levino e siaffrettino senza indugio all'Opera di Dio...". (Cap. 22)

 

OSPITALITÀ
"Non appena dunque l'ospite si annunzia gli vadano incontro i superiori ed i fratelli con tutte le premure che lo spirito di carità comporta ... con particolare attenzione e riguardo siano accolti specialmente i poveri ed i pellegrini, perché è proprio in loro che si accoglie ancor di più il Cristo; ché la soggezione che i ricchi incutono, ce li fa da sola onorare". (Cap. 53)


ATTENZIONE AI PIÙ DEBOLI 

"L'assistenza che si deve prestare ai malati deve venire prima ed al di sopra di ogni altra cosa, sicché in loro si serva davvero il Cristo. 

... I fratelli malati abbiano un locale a loro riservato ed un infermiere timorato di Dio, attento e premuroso ... ai malati del tutto debilitati sia anche concesso di mangiare carne perché riacquistino le forze". (Cap. 36)

 "Per quanto l'uomo sia portato naturalmente ad essere tenero di cuore verso queste due età, cioè a dire, i vecchi ed i fanciulli, tuttavia provveda loro anche l'autorità della regola. Nei loro riguardi si tenga sempre conto della debolezza "delle forze e non si applichino mai le restrizioni alimentari previste dalla regola ma, con amorevole comprensione, si consenta loro di prendere i pasti prima dell'ora fissata per la refezione". (Cap. 37)