Monastero S. Giuseppe    -    Monache Benedettine

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Pasqua 2006

 

 

Vita Monastica Benedettina: ricerca di Dio

 

Chi è il monaco? Per S. Benedetto la risposta è semplice e chiara: un uomo che cerca Dio, che ha fatto della ricerca di Dio la ragione unica di tutta la propria esistenza. “Si revera Deum querit”: sarà l’unico requisito che il Patriarca dei monaci chiederà a colui che domanda di entrare in monastero, l’unica condizione per essere ammessi alla “scuola del divino servizio”.

 Tale risposta però non è un’espressione coniata, per così dire, ex-novo da S. Benedetto; in essa confluisce invece l’esperienza e la riflessione di tutto il  monachesimo precedente e la sempre più profonda presa di coscienza della propria identità.

 Cercare Dio, dunque, non in modo astratto e intellettualistico, non per propria iniziativa, ma mossi e condotti solo dalla sua grazia, in un modo esistenziale che coinvolge anima, cuore, mente e corpo, e cercarlo all’interno di una storia di salvezza di cui Dio stesso ne è l’autore. L’iniziativa in effetti è sua, è Lui che per primo ama, per primo si mette alla ricerca del “suo” servo e lo chiama tra la moltitudine degli uomini: “Cercando il Signore tra la folla il suo operaio dice: “Chi è l’uomo che vuole la vita”….? Se tu all’udirlo rispondi: “Io”, il Signore ti dice…”

(RB Prol.).

             Noi non potemmo metterci alla ricerca di Dio se Egli per primo non ci avesse creati per un mistero di predilezione gratuita celato nel suo cuore. E questa voce del Signore che cerca e invita non resta un episodio isolato che segna l’inizio della vita monastica , ma risuonerà sempre nuova e avvincente nel fluire dei giorni facendo di ogni istante, di ogni situazione un rapporto personale di amore, un momento di ricerca e di incontro. E di questa voce davvero “nulla vi è di più dolce” come afferma S. Benedetto sempre nel prologo alla sua regola.

             Dio, però, non solo chiama e suscita la ricerca nel cuore dell’uomo toccato dal suo amore, ma gli indica anche la via della vita in cui essere cercato, perché il monaco possa trovarlo e cercarlo ancora più intensamente: “Ecco che il Signore nella sua paterna bontà ci indica la via della vita”

(RB Prol.).

 

            Tutta la Regola non farà che illuminare il percorso di questa via, indicando i passi da fare per avanzare in essa e i modi per realizzare concretamente la ricerca di Dio. Intorno a questo impegno di ricerca, S. Benedetto costruisce e impernia la vita del suo monastero. Fin dalle prime battute del Prologo balza evidente che il monaco non si inoltra da solo in questa via, ma è preceduto e tenuto per mano da un padre che con la parola e l’esempio plasma in lui la fisionomia del cercatore di Dio. Inoltre accanto a lui altri fratelli avanzano sulla stessa via, mossi dallo stesso desiderio. Si costruisce così la famiglia monastica, famiglia di Dio, dove ognuno sperimenta l’altro come dono di grazia del Signore e dove davvero è bello e dolce il vivere insieme dei fratelli, condividendo la preghiera e il pane, le speranze e le fatiche, il lavoro e lo sforzo ascetico.

 

            In un capitolo stupendo della sua Regola S. Benedetto indica quale deve essere lo stile di vita della famiglia monastica: “…gareggino nel rendersi onore..  nessuno segua ciò che è utile per sé…  amino i fratelli con casto amore, temano Dio nell’amore, amino il loro Abate con sincera e umile carità, nulla assolutamente antepongano a Cristo, che ci conduce tutti insieme alla vita eterna” Come si vede torna insistente, con sfumature sempre nuove, il motivo di fondo: l’amore. E’ infatti solo l’amore che giustifica, rende possibile e fa fiorire in pienezza la vita di ogni essere umano. Ed è ancora l’amore che tiene viva nel cuore di tutti l’ansia del desiderio, la ricerca di Dio. In questo cammino Cristo è tutto per il monaco. Lui è la causa e lo scopo della sua vita, Lui l’unico nel suo cuore, la via sicura.

           

            Il monaco sa per intima e personale esperienza che “ la conoscenza della gloria di Dio risplende sul volto di Cristo” (cfr. 2 Cor 4,6) e che “pendendo dalla croce il Verbo ha dato a noi la via del ritorno al Padre” (Lit.). Per questo la ricerca di Dio diventa bisogno di conformarsi sempre di più a Cristo, di essere assimilati al suo mistero di morte e di risurrezione. Trovano qui il loro fondamento quelle precise, concrete, esplicitazioni del “si revera Deum quaerit” poste da S. Benedetto nel cap. 58 sulle “norme per l’accettazione dei fratelli” :  “ …veda se è sollecito per l’opera di Dio, per l’obbedienza e nel superare le difficoltà”.

 

            L’Opus Dei, la celebrazione della liturgia in cui “ si crede senza alcuna esitazione che Dio è particolarmente presente” (cfr. RB 19), presente e operante la salvezza dell’uomo. La liturgia delle ore, che trova il suo compimento nella celebrazione eucaristica, scandisce così il tempo del  cercatore di Dio, aprendo nel succedersi degli istanti e dei giorni spazi in cui la ricerca si disseta e si acquieta nella fede e nell’amore, Colui cui anela, per protendersi poi in uno slancio nuovo e più ardente verso di Lui, sempre presente, mai però pienamente posseduto.

 

            L’obbedienza che spoglia il monaco di se stesso fino al “non essere più padrone né del proprio corpo né della propria volontà” (RB 33) e lo innesta così nel sì totale e redentore di Cristo, “fatto obbediente fino alla morte”. In Adamo fu la ribellione, la divisione, la lontananza. In Cristo l’obbedienza, la comunione, la presenza. Così è proprio l’obbedienza che dona quella libertà del cuore in cui solamente ci si può muovere alla ricerca di Dio e che insieme garantisce l’esito positivo di questa stessa ricerca: “ Deo proteggente perveniens  (RB 73).

 

            Lo zelo nel superare le difficoltà, che la vita riserva a tutti e che possono essere di vario tipo e di varia intensità S. Benedetto non lo nasconde davvero a colui che chiede di cercare Dio, anzi già nel Prologo gli annuncia che “ gli inizi della via della salvezza non possono essere che stretti”, che ci sarà da combattere in una lotta che, contando solo sulle proprie forze, per il monaco è già perduta in partenza (cfr. RB Prol.). Eppure è proprio attraverso queste realtà “dura et aspera”, affrontare con spirito soprannaturale, con piena fiducia nella grazia, con indomabile tenacia, che il monaco avanza nella sua ricerca di Dio fino a desiderare ciò che S. Benedetto gli prospetta come “ ricompensa” al termine del Prologo: “ diventare partecipe per mezzo della pazienza dei patimenti di Cristo”. Lì la ricerca, raggiunge il suo vertice.

 

            Verso questa meta il monaco avanza nello sgranarsi di giorni con il lavoro, la fatica, l’impegno, il servizio e la preghiera. Avanza nel silenzio che è attenzione a Colui che è presente nel suo cuore, nell’umiltà che via via lo configura a Cristo, mite e umile di cuore, e lo conduce “ a quell’amore che, divenuto perfetto, scaccia il timore”, (RB 7).

Avanza nella gioia: gioia della fraternità, gioia della consapevolezza di servire così il mondo e la Chiesa, gioia della certezza che la sua ricerca non sarà delusa, perché fedele è quel Dio che l’ha chiamato (cfr. 1 Cor 1,9).